ExDairyPRESS incontra l’Associazione della Pezzata Rossa Italiana
Matteo Totis, coordinatore del Comitato di Razza ANAPRI della Regione Friuli Venezia Giulia, nonché nostro affezionato lettore, ci ha invitato al loro convegno dal titolo: “L’allevamento bovino di razza Pezzata Rossa Italiana per affrontare la sfida della sostenibilità ambientale, sociale ed economica”. I temi trattati sono stati molto interessanti e la folta partecipazione di studenti e giovani allevatori ci ha piacevolmente colpito, motivandoci a raccontarvi della giornata e dei nuovi sviluppi di ANAPRI.
Perché scegliere una vacca a duplice attitudine nella situazione attuale della zootecnia italiana?

Nel 2018, per dare agli allevatori strumenti consapevoli per affrontare questa scelta, ANAPRI ha dato il via al progetto DUAL-BREEDING, iniziando un intenso lavoro di ricerca per la formulazione di nuovi indici genetici che tenessero conto di ciò che ha più valore oggi nella selezione della vacca da latte, ovvero longevità, fertilità, persistenza della lattazione e, soprattutto, sostenibilità dell’allevamento.
Per questo, nel dicembre 2022 è stato formulato il nuovo indice IDAS (Indice Duplice Attitudine Sostenibile), seguito dal nuovo Indice Carne, fino ai più recenti IQV, Indice Chetosi e Indice Salute, elaborati lo scorso anno.
L’associazione ha dunque raccolto coraggiosamente la sfida della sostenibilità del nostro settore, traducendola in una necessità di produzione, conversione, salute e longevità di animali selezionati da centinaia di anni per adattarsi a pascoli e a stalle che oggi necessitano di un cambiamento gestionale e strutturale importante, se vogliono sopravvivere.
Quale è la sfida principale per le Pezzate Rosse?
Queste vacche hanno dimostrato nel corso dei secoli una notevole capacità di adattamento, robustezza e resistenza. Sono animali “sostenibili” nel senso originario del termine, come ha sottolineato il dottor Degano, capaci di resistere alle avversità e di produrre nutrimento. Tuttavia, per l’allevamento odierno, la sfida principale è rappresentata dall’efficienza e dalla produttività.
ANAPRI ha raccolto questa sfida e ha avviato specifici progetti di ricerca sull’efficienza alimentare, con l’obiettivo di ridurre l’impatto ambientale e i costi alimentari.

Giulio Cozzi, Lorenzo Degano, Alberto Romanzin, Renzo Livoni,
Daniele Vicario.
Per valutare l’efficienza alimentare, ANAPRI ha scelto di focalizzarsi sul valore RFI (Residual Feed Intake), che rappresenta la differenza tra l’ingestione effettiva di cibo da parte della bovina e quella stimata sulla base delle sue prestazioni.

Questo parametro è da tempo considerato tra i più significativi per la valutazione dell’efficienza alimentare, sia nel settore della carne sia in quello del latte.
Un aspetto da conoscere del valore RFI è la sua indipendenza fenotipica dai livelli produttivi: in altre parole, non necessariamente i tori più produttivi sono anche i più efficienti, anzi, spesso si osserva il contrario.
Come sottolineato dal professor Alberto Romanzin (Università di Udine) durante il Convegno, il valore RFI è anche una caratteristica moderatamente ereditabile, e questo dato apre la strada a strategie di selezione mirate al miglioramento di questo importante parametro.
Gli studi in vivo condotti presso il centro genetico dell’ANAPRI sia su bovini PRI, sia su vitelli di altre razze, hanno portato ad articoli scientifici riconosciuti a livello internazionale che fanno luce sulla relazione tra i processi di fermentazione ruminale, lo sviluppo delle papille ruminali e il valore RFI (Residual Feed Intake).

Anche se c’è ancora molta ricerca da fare, in particolare per quanto riguarda l’impatto dell’efficienza alimentare sulle abitudini alimentari delle vacche e quindi sull’influenza della gestione alimentare della mandria sulla sua efficienza, l’ANAPRI è fiduciosa del percorso intrapreso.
Le immagini 2 e 3 mostrano due diapositive significative presentate dal professore durante la sua presentazione al Teatro Impero.
Quali sfide dovranno affrontare gli allevatori di Pezzata Rossa?
La sostenibilità del settore latte non può prescindere dalla salvaguardia dell’ambiente e dalla tutela del territorio, affidato agli agricoltori come fonte di vita e alimento per l’essere umano e per gli animali. La consapevolezza dei grandi cambiamenti a cui il nostro territorio sta andando incontro e l’adattabilità che dobbiamo dimostrare in risposta a ciò è stato il fulcro dell’intervento dal forte impatto comunicativo del professor Giulio Cozzi, Università di Padova.
Pianificare e diversificare le produzioni foraggere, orientandole a rispondere ai cambiamenti atmosferici e al contesto normativo, sono tra i principali compiti degli agricoltori di oggi, e forse dei più difficili, perché si tratta di minare alcune convinzioni assai radicate nella nostra storia e tradizione contadina (come, ad esempio, quella che designa il mais come unica e insostituibile base alimentare delle vacche da latte!) e iniziare processi di cambiamento a lungo periodo. Il professor Cozzi ha posto l’accento sul sorgo come coltura chiave per affrontare le sfide del riscaldamento globale.

La sua rusticità, la tolleranza al caldo e alla siccità, il minor bisogno di input agronomici e la maggiore resistenza alle malattie fungine lo rendono una scelta ideale per l’agricoltura sostenibile, ancora non sempre adeguatamente considerata. Da non dimenticare, inoltre, che le rotazioni con foraggi autunno-vernini e la valorizzazione di prati stabili e pascoli contribuiscono a diversificare i sistemi produttivi e a migliorare la fertilità del suolo.
Il dottor Luca Buttazzoni del CREA ha invece sottolineato l’importanza della sostenibilità sociale nell’allevamento. Contrastando la carenza di dati scientifici e la demonizzazione del settore zootecnico, ha evidenziato il ruolo positivo dell’allevamento anche nel preservare la biodiversità, contrastare l’abbandono delle aree rurali e garantire la sicurezza alimentare.
La zootecnia, poi, non solo non è la maggior causa del problema del cambiamento climatico, ma, al contrario, è parte della soluzione. I dati scientifici presentati mostrano che la zootecnia in Italia è responsabile solo del 5,18% delle emissioni di metano, ma poiché le superfici dedicate all’allevamento assorbono l’1,93% delle emissioni, il bilancio netto delle emissioni del settore zootecnico italiano si attesta al 3,25% del totale. Inoltre, gli allevatori stanno lavorando attivamente per ridurre le emissioni dei loro animali e dei loro reflui, ad esempio attraverso l’utilizzo di digestori anaerobi e l’inserimento nella dieta di integratori volti a ridurre le emissioni di metano, spesso si dimentica, tuttavia, che il metano emesso dai ruminanti, pur avendo un effetto serra 27 volte maggiore della CO2, ha un tempo di decadimento in atmosfera molto breve (circa 12 anni in media), a differenza della CO2 che dura in atmosfera per 1000 anni.
Questo fa sì che la riduzione delle emissioni di metano nei bovini abbia un reale effetto a livello ambientale in un breve periodo di tempo. Il messaggio agli allevatori presenti è stato, dunque, forte e positivo e ha sottolineato il loro ruolo cruciale nella costruzione di un futuro sostenibile. In Figura 4, un’esplicativa slide riassuntiva dell’intervento del dottor Buttazzoni.
Largo ai giovani!

Il ricordo più significativo che noi di ExDairyPRESS conserviamo del Convegno è il breve intervento di tre studenti di agraria, che insieme ad altri coetanei e su suggerimento di alcuni lungimiranti dirigenti di ANAPRI hanno recentemente dato vita alla sezione giovanile di ANAPRI, che ha già intrapreso molte iniziative, tra cui la prossima partecipazione al Convegno mondiale Simmental Fleckvieh in Canada.
Spirito di collaborazione, voglia di crescere e di imparare e coraggio da vendere per scendere in campo in prima linea (pur nella complessità del contesto odierno) sono stati gli ingredienti che i ragazzi hanno portato sul palco e condiviso con tutti i partecipanti.
Approfondimenti
ANAPRI
Nella seconda metà dell’800, in Friuli e nelle aree limitrofe l’attività agricola era la principale fonte di sostentamento, e fu per andare incontro alle esigenze degli allevatori dell’epoca che la commissione zootecnica della provincia di Udine iniziò il miglioramento del bestiame locale, introducendo prima tori lodigiani e meranesi, poi friburghesi, ed infine, nel 1884, tori di razza Simmental.

Agli albori, il bovino pezzato rosso era allevato in Friuli per la triplice attitudine lavoro-carne-latte; chi non poteva permettersi un cavallo, causa la struttura estremamente frammentata dei poderi, per il lavoro nei campi utilizzava questa razza, che, per la notevole mole, era soprannominata “bue-cavallo”.
Questo animale si distingueva per rusticità, adattabilità e buona attitudine dinamica, sostenuta da un forte sviluppo scheletrico e da articolazioni robuste. In questo modo, gli allevatori disponevano di un potente mezzo da lavoro che garantiva una discreta quantità di latte e un vitello da ingrassare.

Già nel 1914 si iniziarono a selezionare riproduttori sul solo territorio friulano per lo sviluppo della razza, ma la Prima Guerra Mondiale ridusse a pochi capi il patrimonio regionale, riaprendo obbligatoriamente le frontiere all’incrocio con razze estere, tra cui negli anni a seguire prevalse per scelta la corrente di selezione a duplice-attitudine di derivazione svizzera.
L’8 marzo del 1956 venne fondata l’Associazione Nazionale Pezzata Rossa Friulana, divenuta Pezzata Rossa Italiana nel 1986.
Durante gli anni ’60 si assiste ad un approfondimento delle conoscenze sulla razza e all’armonizzazione degli animali, in linea con le sempre maggiori richieste produttive dettate dal mercato. Queste ultime provocarono un nuovo movimento d’importazione di capi provenienti da vari ceppi europei di bestiame Simmental (bavarese, austriaco, svizzero).
Risale alla fine degli anni ’80 e all’inizio anni ’90 l’introduzione della genetica di ceppo Simmental-Montbeliarde al fine di dare un ulteriore spinta al miglioramento dell’attitudine lattifera e ad aspetti morfologici riguardanti in particolare la conformazione della mammella. fonte: www.anapri.it
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