ExDairyPRESS incontra Bovinevet Internacional SL

Con grandissimo piacere ospitiamo nuovamente nella nostra testata un intervento del dottor Giovanni Gnemmi, in qualità di socio fondatore insieme alla Dottoressa Cristina Maraboli, di Bovinevet Internacional SL, società che svolge la sua attività nell’ambito della formazione e consulenza, ad allevamenti di grandi e grandissime dimensioni in tutto il mondo. In questa intervista, abbiamo chiesto al dottor Gnemmi di raccontarci la sua recente esperienza di consulenza nei maggiori allevamenti cinesi, per conoscere meglio questa realtà zootecnica.


Dott. Gnemmi ha visitato i migliori allevamenti della Cina una possibilità che pochi hanno. Come ci è riuscito?

Sono stato in Cina la prima volta circa 13 anni fa, come consulente di Alta Genetics. Dopo qualche tempo, sono stato chiamato per una consulenza su alcuni problemi riproduttivi che avevano dei clienti di Boehringer China.

Successivamente, le stesse aziende per le quali lavoravo come consulente esterno, mi chiesero di intervenire in modo diretto. Oggi, continuo a fare consulenze per Alta Genetics China, Boehringer China, IMV China, ma seguo anche due grandi gruppi locali con i quali lavoro come consulente diretto.

Come si caratterizzano gli allevamenti cinesi? Sono pochi e numerosi sul modello di quelli nordamericani oppure ci sono ancora piccole stalle a conduzione familiare?

Esistono entrambi. Io lavoro esclusivamente con allevamenti grandi e molto grandi, di proprietà privata o mista pubblico-privata. Gli allevamenti con i quali lavoro non hanno meno di 3.500 vacche in latte.

Si tratta di allevamenti moderni, con sistemi di mungitura per lo più a giostra (80 x 2 o 80 x 3), e la maggior parte delle stalle di nuova costruzione ha semplici impianti di ventilazione e raffrescamento di tipo americano, una corsia di alimentazione (8-12 metri): con due file di cuccette coda a coda con lettiera in sabbia, con passaggi ogni 15 metri, larghi 4 metri e due file parallele di catture, larghe 76 cm.

Che tipo di allevatori sono i cinesi? Grandi imprenditori oppure allevatori tradizionali?

Le stalle che seguo hanno consigli di amministrazione, AD, direttori di produzione, direttori tecnici… Sono gestite con una struttura piramidale, dove l’attenzione alla gestione delle risorse umane è maniacale.

Negli ultimi 15 anni, in Cina, il settore dell’allevamento da latte ha acquisito ed introdotto le tecnologie più moderne e tutti i grandi allevamenti hanno un amministratore delegato che ha frequentato un master in business administration, spesso negli atenei più prestigiosi. Va detto che l’età media dei direttori e dei loro vice è di circa 35-40 anni. I responsabili tecnici quasi sempre hanno fatto esperienze di lavoro negli USA; hanno studiato e si sono autofinanziati per acquisire una formazione completa ed aggiornata.

Oggi, i due principali gruppi cinesi sono in grado di competere alla pari con il migliore 25% delle stalle Nord Americane sia in termini di produzione sia di performance riproduttiva. Stanno comprando migliaia di embrioni ogni anno ed i laboratori di FIV si stanno moltiplicando. Tempo 10 anni, fatte salve le garanzie sanitarie, la Cina potrebbe diventare uno dei paesi esportatori di genetica.

Come è il rapporto tra i responsabili delle aziende e il personale? C’è attenzione alla gestione e alla comunicazione con i gruppi di lavoro?

In tutti i grandi allevamenti che io seguo la gestione delle risorse umane è una priorità. Il personale viene continuamente formato e aggiornato durante le ore di lavoro e si pretende un rispetto maniacale delle SOPs (Procedure Operative Standard) condivise.

Ognuno ha un compito: sa come deve svolgerlo e perché deve svolgerlo in un determinato modo. Quando non fosse possibile rispettare le indicazioni di lavoro ricevute, il dipendente deve darne comunicazione immediata al suo responsabile. Al tempo stesso, la qualità del lavoro svolto viene apprezzata e premiata, con una gratificazione anche economica assegnata ogni mese agli operatori considerati migliori.

In questi allevamenti, impegnandosi e lavorando duramente, i giovani possono fare carriera rapidamente, e questo lo dimostra l’età media al vertice dell’organigramma, come detto prima, di circa 35-40 anni. Potrei riassumere dicendo che gli ottimi risultati di questi grandi allevamenti dipendono dall’ordine, dalla precisione e dalla diligenza con cui viene svolto ogni compito, anche apparentemente il più umile.

C’è attaccamento alla “squadra” e c’è l’orgoglio di portare la stessa maglia. Un coinvolgimento che difficilmente ho visto in altre parti.

Che ruolo ha la figura del veterinario nelle aziende cinesi?

Non possiamo pensare che sia una situazione simile a quella che c’è in Europa. In Cina ci sono ovviamente delle Facoltà di Medicina Veterinaria, tuttavia il percorso per uniformare queste facoltà allo standard occidentale è ancora lungo, o almeno io penso che lo sia.

Esistono invece delle ottime Università con Facoltà di Agronomia e Zootecnica di alto profilo. La quasi totalità di coloro che si occupano di gestione riproduttiva ha una laurea in Animal Science (Scienze Animali), oppure arriva dal basso, molti si sono diplomati in scuole professionali per l’agricoltura, hanno lavorato come operai generici, e infine hanno fatto carriera per merito, arrivando a ricoprire un ruolo tecnico molto qualificato.

L’assistenza al post-parto e l’assistenza alle vacche malate viene fatta da veterinari aziendali, che per la maggior parte si limita a svolgere solamente i compiti più essenziali, ma lo fa con diligenza.

Il pubblico percepisce l’importanza del settore zootecnico nell’economia del paese? Viene riconosciuto e valorizzato dallo Stato?

Oggi, in Cina anche in questo settore è in atto un profondo cambiamento. Il consumo di latte, di formaggi, di carne bovina è in aumento. La gente non solo consuma, ma vuole sapere cosa sta consumando.

Ovviamente è un processo che ancora richiede tempo, probabilmente molto tempo, vista l’eterogeneità della società cinese; tuttavia, ci sono segnali precisi che questo cambiamento avverrà prima di quanto si pensi.

Lo Stato investe in agricoltura e in molti casi è socio delle aziende. Quindi, sì: il governo cinese comprende perfettamente il ruolo di un settore economico che è strategico per uno Stato “continente”, che ospita un miliardo e quattrocento milioni di persone (dati 2021).

Cosa la ha colpita di più delle aziende cinesi e cosa si “porta a casa”?

Mi ha colpito soprattutto la diligenza che mettono nel portare a termine il loro lavoro: fanno quello che devono fare e lo fanno bene. Sono competitivi il giusto, quanto basta per andare avanti, e si sforzano continuamente di migliorarsi. Sono umili, ma molto ambiziosi. Non vanno assolutamente sottovalutati.

Gli allevamenti europei che producono latte con queste caratteristiche condividono gli stessi ideali e le stesse procedure e anche il modo in cui vengono realizzate. Gli altri dovrebbero semplicemente adeguarsi all’idea che, indipendentemente dalla zona geografica, il latte si può fare in modo redditizio solamente in un modo: lavorando bene e lavorando sodo.

Pensa che a livello professionale e per qualità di vita fare l’allevatore in Cina sia qualcosa di desiderabile? Che lei sappia, ci sono giovani che scelgono di fare l’allevatore o l’agricoltore pur non essendo dell’ambiente?

Gli allevamenti che seguo io non sono di tipo familiare, come molti degli allevamenti italiani, ma sono società che si sono costituite per produrre latte e/o carne. Quindi, chi ci lavora è un impiegato soggetto alle stesse regole di uno che lavora in banca, o in un’altra attività commerciale, solo che si occupa di vacche.

Il 100% di coloro che lavorano in questi allevamenti sono giovani, la maggior parte dei quali non proviene da famiglie con una tradizione zootecnica.

Per concludere, qual è secondo lei la principale differenza tra la cultura zootecnica cinese e quella italiana?

Ho avuto l’impressione che i cinesi vogliano imparare e facciano tutto il possibile per essere migliori in quello che fanno. Invece, in Europa spesso ho la sensazione che si pensi di sapere già tutto… di non avere più molto da imparare. Sicuramente i “ciarlatani” sono d’ovunque, quindi anche in Cina, ma lì mi sembra durino poco, mentre altrove, purtroppo, riescono tranquillamente ad arrivare alla pensione!


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